Veronica Yoko Plebani, 25 anni, ha partecipato a tre Paralimpiadi in tre sport diversi – un’impresa affrontata da poche persone. A Tokyo ha vinto il bronzo nel triathlon nella classe Pts2.
Yoko significa “bambina solare, che apre la primavera” in giapponese. Questo secondo nome è stato scelto dalla madre buddista. Una scelta profetica, perché Veronica è piena di vita e niente riesce a fermarla.
La ragazza lombarda, che si è dedicata allo sport sin da bambina, è stata colpita da meningite fulminante all’età di 15 anni. Veronica è stata in terapia intensiva per quattro mesi dopo aver contratto la malattia. “Sentivo che morivo, ma non ci ho mai creduto”. Yoko ma non ha mollato. Si è risvegliata con mani e piedi amputati e tante cicatrici, ma con tanta voglia di vivere.
Appena uscita dall’ospedale, la ragazza si è recata a New York con il padre per assistere alla maratona del 2011. È qui che ha capito che lo sport sarà comunque la sua vita. Da allora, ha partecipato ai Giochi di Sochi con lo snowboard e a quelli di Rio con la canoa. Qui ha conosciuto gli atleti della squadra del triathlon ed è rimasta affascinata dai loro racconti. Così ha deciso di provare anche questa disciplina.
Non è stata un’impresa facile. A quei tempi, Veronica non riusciva a correre nemmeno per qualche centinaio di metri. Per tre anni, l’atleta ha sofferto molto mentre correva. Poi ha finalmente trovato le protesi giuste che le hanno permesso di correre per cinque chilometri.
Yoko pensa che lo sport l’abbia salvata. “Mi ha fatto ritrovare tutta l’autostima e la forza di cui avevo bisogno”.
Ma la ragazza lombarda non è solo un’atleta. È anche un’influencer che approfondisce temi di body positivity su Instagram. La meningite ha cambiato il suo corpo, ma questo non le impedisce di amarlo ancora profondamente per tutto quello che realizza ogni giorno.
“Per me il mio corpo non è un problema e se posso essere in qualche modo da stimolo per tutte quelle persone per le quali lo è, questo mi fa felice. Oltre alle vittorie sportive ci sono anche queste soddisfazioni”, ha detto Veronica a Vanity Fair.
Yoko è anche un’attivista per i diritti delle persone disabili. “Penso [la disabilità] vada normalizzata, senza pietismo o eroismo. Vale naturalmente anche per gli atleti paralimpici, che sono spesso esaltati, ma affrontano le difficoltà della vita quotidiana. Poiché abbiamo la fortuna di avere uno spazio e poter far sentire la nostra voce, dovremmo impegnarci anche evidenziando gli ostacoli che chi ha disabilità ogni giorno trova. Ci sono barriere architettoniche, sociali, culturali o problemi legati alla vita negli spazi pubblici. Stiamo migliorando molto in tanti ambiti, per esempio a livello di inclusione, ma la città non è pensata per chi ha una disabilità.”
Uno dei modi in cui Yoko cerca di normalizzare la disabilità è allenarsi in luoghi pubblici, quando riesce. Non è sempre facile spostarsi in città a Bologna per lei, ma quando ne ha la possibilità, va a correre al parco.
“Inizialmente ero vista con curiosità: con le lame che uso per correre sembro alta due metri e faccio un rumore impegnativo…” racconta Veronica. “Apparivo quasi un alieno catapultato lì, una presenza strana. Riappropriarsi di questi spazi pubblici modifica anche il modo di vedere le persone e fa apprezzare la diversità.”
Per maggiori informazioni sulla straordinaria storia di Yoko, potete guardare il documentario “Corpo a corpo” di Maria Iovine.
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